Everybody's coming to my house
Leggi su Substack ↗ ↗Manuale Ospitale di Martino Petrella
Stai partendo per un viaggio, non si sa bene dove tu stia andando ma ti sei già incamminato. Non sarà facile affrontare l'inaspettato. Bisogna saper liberare la mente da ciò che associamo al familiare. E contemporaneamente fare spazio a chi si insinuerà nella casella vuota che si creerà da questo sgombero. Gli individui che incontrerai sono una scheggia benefica che tramite il caso sapranno consigliarti e indirizzarti verso i lidi più floridi. Sono gli ambasciatori irrinunciabili di tutti coloro che decidono di mescolarsi un po' col mondo.

Al contrario, quando sarai a casa, nella sicurezza del tuo nido, potrai trovare qualcuno alla tua porta. Se non vuole venderti un aspirapolvere ricorda cosa dicevano gli antichi greci. L'ospite è un messaggero degli dei. E in quanto tale immagino che possa essere opportuno accoglierlo. Non solo per evitare un'orribile punizione da parte di Zeus, ma anche per dare una svolta al tuo mondo, che si mescola anche se stai a casa. Siamo tutti viaggiatori e non smettiamo di certo quando stiamo fermi.
Quando l'ospite se ne andrà vai via anche tu e diventa a tua volta ospite di qualcun altro. Zeus ringrazierà, serve sempre manodopera in più.
Un ospite atteso di Riccardo Fraccascia
Lo spazio dell'ospitalità di Francesco Careri
Francesco Careri (1966) è architetto e Professore Associato presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Roma Tre, dove è Direttore del Master Studi dell’Ambiente e del Territorio / Environmental Humanities e del Master Arti Performative e Spazi Comunitari. È co-fondatore di Stalker / Osservatorio Nomade, con cui dal 1995 sperimenta azioni urbane e pratiche di intervento creativo nella città. Dal 2006 è ricercatore universitario a Roma Tre, dove è membro del collegio di Dottorato in Paesaggi della Città Contemporanea. Politiche, tecniche e studi visuali; è titolare del Laboratorio di Progettazione Architettonica e del Corso di Arti Civiche, un corso opzionale a struttura peripatetica che si svolge interamente camminando, analizzando e interagendo con i fenomeni urbani emergenti.
A differenza di alcune parole come solidarietà, carità o attivismo, la parola ospitalità per essere praticata ha bisogno di spazio. Nell’ospitalità si scambiano valori immateriali e materiali, si condividono intimità, cibo, racconti e una porzione di spazio che permette la condivisione. L’ospitalità riguarda l’abitare che siamo disposti a condividere con l’altro e si ospita se abbiamo a disposizione spazio fisico da condividere. E va anche sottolineato che in termini quantitativi, l’ospitalità ha bisogno di pochissimo spazio, giusto quello che occupa il corpo di un essere umano. Una porzione di spazio che si può produrre a partire quasi dal nulla, che si trova là dove prima non si immaginava di avere spazio inutilizzato. È creazione istantanea di un bene che non sapevamo neanche di avere. Spazio che ognuno può creare dal nulla. È forse per questo che l’ospitalità e sacra in tutte le culture arcaiche: chi non ospita riceverà la punizione divina, e sarà punito non solo chi ha spazio in eccesso, ma chiunque ne possieda almeno un poco, quindi tutti indistintamente. Non è quindi solo tema di quantità di spazio, ed è interessante allora cominciare a interrogarci sulle qualità dello spazio ospitale e su che tipi di spazio produce l’ospitalità.

Cominciamo dall’etimologia. Alcuni studiosi hanno fatto notare che l’ospitalità è il luogo dove avviene la trasformazione dello straniero in ospite (Agier, 2018, p.17), e che l’ambivalenza della parola ospitalità nasce proprio nel passaggio da hostis a hospes (Curi, 2015, p. 3). Deriva dal latino hostis (straniero, nemico, ostile) e dall’azione di chi lo ospita hostipotis, parola composta da hŏstis (straniero) e pŏtis (signore, padrone), ossia il signore dello straniero, da cui deriva infine la parola hos-pes: ospite. Benveniste ci dice anche di come nelle lingue del nord Europa sia avvenuto il contrario, ossia che dalla parola ospite sia nata la parola nemico: “tra i termini comuni al vocabolario preistorico delle lingue dell’Europa, questo ha un interesse particolare: hŏstis del latino corrisponde al gasts del gotico e al gostĭ dell’antico slavo, che presenta inoltre gos-podĭ ‘signore’, formato come hospes. Ma il senso del gotico gasts e dell’antico slavo gostĭ è ‘ospite’, quello del latino hŏstis è ‘nemico’. Per spiegare il rapporto tra ‘ospite’ e ‘nemico’, si ammette di solito che l’uno e l’altro derivino dal senso di ‘straniero’ che è ancora attestato in latino; da cui ‘straniero favorevole → ospite’ e ‘straniero ostile → nemico’.” (Benveniste, 1969, p.68; Frati e Iannizzotto, 2020, p.89).
Ospite in italiano è ancora una parola ambivalente che indica sia colui che ospita sia colui che viene ospitato, ossia i due ruoli che la lingua inglese separa in host e guest. La lingua latina descrive infatti l’ospitalità come relazione di reciprocità, di scambio simmetrico tra pari che potrebbero ritrovarsi entrambi nella condizione di chiedersi o di offrirsi ospitalità. E la lingua greca agisce in modo simile attraverso la parola xenos, che indica lo straniero esule trasformato in ospite attraverso la xenia (ξενία), un sistema di regole vincolanti e reciproche, che comporta uno scambio di doni: gli xenia dora, basati sul dare e sul ricevere qualcosa di non direttamente monetizzabile, o piccoli oggetti portatili che nel mondo romano erano le tesserae hospitalis, sculture doppie in cui erano incisi i nomi dei due contraenti. Ne consegue un patto tutto particolare, la xenoisyne, l’amicizia nata dall’ospitalità, che coinvolge nelle generazioni future non solo i due ospiti ma le intere loro stirpi. Lo xenos è quindi l’amico di un paese straniero, colui che potrebbe essere un potenziale nemico, ma a cui si è uniti da un patto sacro vigilato dagli dei, protetto direttamente da Giove Xenio o Zeus
Hospitalier pronti a punire chi ne infrange le regole (Schérer, 1993). Nell’Odissea, considerata da molti un trattato sull’ospitalità, si contano diciotto circostanze in cui la xenia, sia maschile che femminile, viene onorata, praticata, negata, violata, e infine vendicata attraverso una punizione simbolica: l’arco con cui Ulisse uccide i proci era un dono di ospitalità ricevuto da Fedimo. Allo stesso modo, se andiamo a cercare nel mondo giudaico-crsitiano, troviamo che anche lì le leggi dell’ospitalità sono considerate sacre, e nella Bibbia si ricorda spesso che l’ospitalità è un dovere e che anche chi ospita è a sua volta già ospite del Signore in una terra di cui nessuno è proprietario (Giacomini 2019). Nelle culture arcaiche del Mediterraneo sotto le vesti del viandante che bussa alla porta, poteva esservi sempre nascosto un dio, un angelo o lo stesso Signore: ospitare non era una scelta ma un dovere.
Derrida scrive a questo proposito di un dovere di ospitalità incondizionata. I rituali della xenia omerica prevedono infatti che l’ospite sia inatteso e che compaia inaspettatamente; che vi sia silenzio nella fase iniziale in cui viene invitato ad entrare per lavarsi e nutrirsi, e infatti all’ospite arcaico non viene chiesto di parlare e quindi svelare se parla e comprende il greco; che non vi sia riconoscimento ossia che non vengano inizialmente chiesti né il nome né le sue origini geografiche, sarà semmai il padrone di casa a rompere il silenzio e raccontare per primo. Per Derrida si può parlare di ospitalità solo se questa è assoluta, sacra, aneconomica e apolitica, esente da ogni calcolo e da ogni considerazione di convenienza, un’etica che si pone aldilà del diritto e della politica: “l’ospitalità è incondizionata e senza limiti o non è tale (...) è dono senza restituzione, senza riappropriazione (...) si offre, si dona all’altro prima che egli si qualifichi, prima ancora che egli diventi soggetto di diritto e sia nominabile con il suo cognome”. In quanto dono, l’atto di ospitalità si sottrae al calcolo dei costi-benefici ed entra nella sfera di ciò che è inappropriabile, mette in crisi la propria identità e la stessa proprietà (Derrida e Dufourmantelle, 2014, p.37). Ma se l’arcaica legge dell’ospitalità era sacra ed incondizionata, le leggi dell’ospitalità nel costituirsi delle sovranità non lo sono più state affatto. Con il tempo infatti da quella iniziale xenia anonima si è passati al riconoscimento dell’identità culturale e linguistica, a separare lo xenos dal barbaro che non parlando la lingua greca non ha pari diritti del cittadino della polis, così come nel mondo romano si separavano l’hospes dal peregrinus che non poteva accedere ai diritti della civitas. Nel passaggio dalla scala individuale e domestica a quella pubblica e istituzionale alcune condizioni cominciano infatti ad apparire. Ospitalità e accoglienza cominciano a confondersi.
Michel Agier sostiene che essendo una pratica relazionale non può esser che condizionata dalle relazioni di potere, dalle circostanze politiche e dai contesti sociali. È un dono di spazio, di tempo e di denaro che dà inizio a una concatenazione di obblighi e di condizioni: “l’ospitalità si è progressivamente allontanata dalla società per essere delegata allo Stato e venire al contempo dissolta nei compiti di quest’ultimo, sostituita dai diritti di asilo e di rifugiato. (...) Bisognerà dunque descrivere a quali condizioni e in quali forme concrete si dispiega un’ospitalità domestica (a casa mia), comunitaria (nel mio gruppo) e municipale (nel mio paese, nella mia città)” (Agier, 2018, p. 62). E prosegue analizzando i molti casi in cui la sfera domestica si estende attraverso il mondo associativo a quella comunitaria e come queste spesso si sostituiscono ai doveri e alle leggi municipali o degli stati sovrani, fino a trasformarsi in atti di coraggiosa disobbedienza civile. Diventa allora urgente cominciare a sottolineare la differenza tra ospitalità e accoglienza, ossia tra l’ospitare incondizionato e lo scegliere chi si ospita. Accogliere viene dal latino ad + colligere (legare insieme, radunare, raccogliere) un termine agricolo che indica la scelta di non prende tutti i frutti ma di selezionare quelli maturi e dividerli in diverse casse e spazializza a secondo delle categorie (Giacomini, 2019, p. 25). Dall’ospitalità si è quindi passati all’accoglienza, ossia a un’azione deliberatamente univoca e asimmetrica e che non ha più bisogno di costruire la soglia sacra e ambivalente della reciprocità.
Torniamo ora alla questione dello spazio, a quel luogo della trasformazione dello straniero in ospite, che è anche una porzione di spazio tridimensionale ed ha a che fare direttamente con l’architettura e la città. L’ospitalità produce spazio, trasforma lo spazio privato in spazio condiviso, agisce dalla scala domestica a quella delle frontiere nazionali, costruisce passaggi tra il dentro e il fuori (Bulley, 2015, p. 188). Possiamo anzi definirla come la costruzione di una soglia dove sospendere alcune categorie spaziali come dentro e fuori, pubblico e privato, nomade e sedentario, spazio dell’andare e spazio dello stare. L’immagine del viandante che bussa alla porta ci parla di una iniziale divisione tra spazio esterno e spazio interno e della successiva produzione di un nuovo spazio ibrido, a cavallo tra interno ed esterno, in cui tutto comincia a confondersi nell’ambivalenza dell’ospitalità. Il confine tra interno ed esterno spesso non è solo la porta, ma quello che c’è dietro e davanti a quella porta e che comincia a confondersi. Ossia non è una linea definita come un confine, ma piuttosto uno spazio in sé, una frontiera, uno spessore senza limiti precisi, una soglia in divenire (Zanini, 1997, p. 26; Stavrides, 2011, p. 12). L’ospitalità comincia a farsi spazio sotto il telo esterno che copre l’ingresso di una tenda nomade, all’ombra dell’albero in cortile, nella veranda porticata su cui si apre l’ingresso, nel soggiorno visibile da fuori, nella sala del banchetto. Seppure inaspettato l’ospite in realtà è sempre previsto dall’architettura, ogni essere umano sa dove ospitare una persona a casa sua quando se ne ha bisogno. In base alle proprie possibilità verrà offerta una tenda accanto alla sua, la camera degli ospiti, la stanza del figlio, lo studio/laboratorio, il divano letto nel soggiorno, il tappeto nel corridoio. Nella transizione dallo spazio pubblico a quello privato, lo straniero inatteso accede a spazi comuni sempre più familiari, e non arriva quasi mai a quello intimo della stanza da letto dei padroni di casa. Anche nelle scene omeriche si può osservare come una volta trasformato lo straniero in ospite, a questi viene assegnato uno spazio di solito vicino all’ingresso, lontana dalle camere da letto familiari. Il suo posto non sarà nella zona notte ma piuttosto nella zona giorno, in uno spazio visibile e controllabile dalle sale comuni, come se la soglia esterna si prolungasse in qualche maniera fin dentro la casa. L’ospitalità produce un luogo ibrido esattamente come quelle parole i cui significati sembravano volutamente confusi: ospite che accoglie e ospite che è ospitato, il nemico che diventa amico, la reciprocità del donare e del ricevere. Il padrone di casa finge - a volte al limite dell’ipocrisia - addirittura di non esserlo più (fai come fossi a casa tua) e si con-fonde nel suo ospite in uno spazio della rappresentazione dove ognuno gioca con la maschera dell’altro. L’architettura dell’ospitalità è una macchina teatrale che inverte, confonde, sospende e rende opachi i confini delle proprietà e dei ruoli. Alla scala urbana dovrebbero valer le stesse regole architettoniche dell’ospitalità domestica, ma da tempo immemore sono state dimenticate. Ogni città dovrebbe avere soglie ospitali tra dentro e fuori, luoghi visibili e centrali e non nascosti nelle lontane periferie, in relazione con lo spazio pubblico e lo spazio intimo, dove si fa a gara per ricevere il dono dell’ospitalità, dove la cultura di viaggiatore nomade possa raccontare il mondo al banchetto dei cittadini sedentari.
Il presente testo è la rielaborazione di un articolo scritto su invito di Manuel Delgado e Maria Gabriela Navas Perrone, curatori del numero momografico n° 39 “Arquitectura y Antropología” della rivista QuAderns de l’Institut Català de Antropologia. (in corso di pubblicazione per giugno 2023)
A poco a poco di Giulia Mantasia
L’ospitalità non è mai stata il mio forte.
Forse non ci ho mai dato troppo peso.
Forse mi sono sempre sentita cosı̀ bene a casa degli altri, che mi sono scordata che anche io potrei fare lo stesso.
Alla fine pensare che qualcuno si senta bene a casa mia, come mi sono sentita io fino ad ora, non è poi cosı̀ male.
Bentornato di Alberto Falco
10 COSE DA FARE PRIMA DI RICEVERE UN OSPITE di Martino Petrella
Durante le scorse settimane molti conoscenti mi chiedono se io abbia aperto un bed and breakfast.
Assolutamente no, rispondo io. "Allora per quale motivo ogni volta ci sono sconosciuti che entrano ed escono da casa tua?", mi chiedono sempre i soliti conoscenti. Me lo domandano perché non sanno che mi sto preparando con tutte le mie forze per una competizione tanto sconosciuta quanto nobile. Si tratta della Gara Mondiale dell'Ospitalità, una contesa che coinvolge tutti coloro che ne vengono a conoscenza (quindi ora anche voi che state leggendo). Per vincere bisogna essere la persona più ospitale al mondo. Un obiettivo inusuale e assai complicato da conseguire. Quali giudici possono osservare la totalità dei partecipanti e sancire con i dati raccolti il re dell'accoglienza? E soprattutto, come devono prepararsi agonisticamente gli sfidanti e quali sono le regole della disputa? Io non so rispondere a queste domande ma so per certo che è un mio dovere prendere parte fino alla fine alla sfida e far valere la mia ospitalità. Non chiedetemi perché ma quando sarò vincitore lo saprò da solo. Sono sempre stato votato all'altruismo, ospiterei qualcuno da me anche se non avessi una casa. Ma ne posseggo quattro e sono sempre di corsa per far sì che tutti possano essere accolti, nel minor tempo e nel miglior modo possibile.
Ho iniziato così a convertire massicciamente gli sconosciuti in conoscenti (così non mi domandano più se abbia aperto un b&b), cercando nei modi più assurdi di carpire sempre più viandanti, stranieri, turisti sprovveduti o vagabondi, e offrire loro un comodo alloggio. Loro sono tantissimi e io sono da solo, non posso restare neanche un secondo con le mani in mano. Non è così facile. Ho imparato da subito che se insisto troppo posso essere confuso per un qualche squilibrato omicida, intento a cercare la sua prossima vittima per le strade del centro. Ho scoperto quanto un'attività apparentemente naturale possa diventare insidiosa se la si pratica costantemente, a livello agonistico per giunta.
Per questo motivo ho deciso di fare una breve pausa dalla mia maniacale sfida per tendere una mano a chi decidesse di imbarcarsi in questa disciplina, da dilettante o da professionista. Dato che nessuno sembra fare chiarezza sul tema sarò io a farvi da personal trainer, e quando vincerò la gara (perché la vincerò) potrò allenare il prossimo campione tramandando la mia grande conoscenza. Il mio tempo è troppo prezioso per cui vi lascio una lista delle dieci cose da sapere se state ospitando qualcuno. Abbiatene cura.
La vostra casa deve essere predisposta al meglio per poter far entrare e ambientare l'ospite nel minor tempo possibile. Perciò liberatevi di ogni ostacolo che possa intralciare anche solo per un attimo la persona accolta. Il passaggio deve essere sempre garantito e rapido.
Ricordate che ogni stanza può diventare una camera per qualcuno. Se il letto è già occupato procuratevi dei materassi da sistemare strategicamente per la casa, trasformando ogni angolo dell'abitazione in un confortevole dormitorio. Il forno aperto (spento naturalmente) può essere una perfetta brandina, così come vasche da bagno o tavoli.
Nel caso disponiate di grosse somme di denaro procuratevi altre case. Non sono mai abbastanza.
Uscite spesso di casa, altrimenti la gente non penserà che ne abbiate una. E cosa più importante non potrà entrarvici.
Un ospite può anche essere una persona conosciuta che semplicemente necessita un appoggio temporaneo. In tal caso ricordatevi che per la competizione non c'è differenza tra amici e ignoti quindi non sono accettati favoritismi.
Quando l'ospite arriva vestitevi bene, o comunque vestitevi (se nella cultura dell'ospite fosse consueto l'essere nudi in pubblico allora svestitevi).
Nelle regole della competizione non è consentito cercare un nuovo ospite prima che siano passati almeno venti minuti dall'arrivo del precedente, così da permettervi di farlo sentire a casa e illustrargli tutto ciò che deve sapere. Mi raccomando, questa è importante.
Assicuratevi che non ci siano dei senzatetto che occupano la stanza dell'ospite. Se il senzatetto è l'ospite aspettate venti minuti prima di chiamare l'altro.
Rispettate qualsiasi divinità perché alcune di loro potrebbero essere coinvolte nell'organizzazione e la logistica della gara.
Fate attenzione a concorrenti sleali che potrebbero fingersi ospiti per sabotare dall'interno lavostra performance e la vostra credibilità. Sono un pericolo concreto che dovrete affrontare.
Amici di Lucia VagnoniDIBUJOS ANIMADOS di José Muñoz
Tra le nuove uscite di Sigaretten del mese di marzo, spicca un volto a tutti noi
conosciuto. Si tratta del profilo del detective privato Alack Sinner, iconico personaggio delle storie a fumetti nata dalla collaborazione tra José Muñoz e Carlos Sampayo (1974).
Così Muñoz decide di avviare un nuovo percorso artistico: come scrive anche nel testo introduttivo al libro, sceglie di smettere di trattare del Male del mondo e di lanciarsi in memorie emotivamente forti della sua infanzia.
Ricorda di quando a 9 anni provò un grande folgore per l’artista Vincent Van Gogh. Ci si immerge completamente.
A partire dal 2012 il disegnatore argentino inizia un lungo viaggio tra le immagini e arriva fino al presente per rappresentare la realtà.
Vegetazione, paesaggi e sguardi.
Un lungo viaggio, con delle soste.Extra:
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